domenica 28 luglio 2013

...siete forti!

E' la classica notte di inizio inverno: fa freddo, un freddo umido, piove quanto basta a cullarti il sonno o a lavarti completamente la divisa, e i soliti discorsi nonsense conditi da una partita accanitissima a Monopoli riempiono la nostra serata, fino a quel momento tranquilla.
Eravamo lì lì per concludere il match quando lo squillo di Emma ci interrompe; sventolando la carta "opposizione" e meditando sul come giocarla con la C.O. per evitare l'uscita, ci prendiamo la stampata e il nostro umore cambia all'improvviso.
"Giallo, problemi respiratori, bambino di 6 mesi".
Ci catapultiamo velocemente sul mezzo, imbacuccati per bene, e partiamo alla volta del target, raggiunto in pochi minuti.
La destinazione è all'interno di una corte, classica delle nostre zone, ma con un ingresso che a malapena permetteva l'entrata di una macchina di medie dimensioni.
Scendiamo al volo dal mezzo, carichi di ogni cosa possibile che sarebbe potuta servire e con torcia alla mano iniziamo sistematicamente al ricerca del numero civico indicato, sotto l'acqua gelida e battente, nel buio più pesto della provincia.
In quel buio vediamo uno spicchio di luce calda illuminare un ingresso, e un braccino piccolo farci segno.
Di corsa raggiungiamo la porta, varchiamo la soglia chiedendo il permesso, e per qualche secondo ci guardiamo attorno.
Siamo all'interno di una stanza, non ci sono porte a parte quella d'ingresso, solo una finestra in circa 20 metri quadri (se non meno) di spazio; attaccati alla parete ci sono i fornelli, una vecchia stufa di quelle che compaiono solo negli scenari dell'esame di certificazione, un divano-letto, un lettino singolo attaccato e un tavolino con un paio di sedie.
Nient'altro.
Ci richiude la porta alle spalle Gigi, un bimbo di 10 anni, che ci guarda con occhi quasi luccicanti.
Davanti a noi Lucrezia, una giovane donna di non più di 40 anni, stringe tra le braccia il piccolo Luca, 6 mesi, che piange e grida come un matto.
Noi quattro con l'attrezzatura più loro tre dentro quella stanza stavamo stretti.
"Grazie per essere venuti!" ci dice ansiosa Lucrezia "Guardate! Si è riempito di puntini rossi e prima faticava a respirare, è allergico a tante cose, abbiamo dovuto cambiare il latte, non vorrei fosse stato quello!"
Il bimbo, a parte il pianto e i puntini, al momento respirava bene, e la cosa ci ha fatto tirare un sospiro di sollievo.
"Signora stia tranquilla, il piccolo respira bene, è solo tanto spaventato... comunque gli prendiamo due parametri e chiamiamo subito la Centrale" la rassicura il caposquadra mentre io e le altre due colleghe cerchiamo di prendere qualche parametro al piccolo Luca, che appena visti noi 4 estranei in tutone scure deve essersi spaventato ulteriormente.
Tolti i giacconi per sembrare meno "mostri cattivi" e più "persone normali", con non poca difficoltà e qualche calcio volante, rileviamo i parametri, che sono nella norma, e il CS esce dalla stanza per chiamare la C.O.
Nel mentre io e le altre due restiamo in casa con la famiglia.
"Avviso subito mio marito, lavora lontano, ma almeno verrà a prenderci in ospedale!" ci dice Lucrezia.
"Che belle divise avete!" ci dice timidamente Gigi, che guarda con interesse le mille cose che ci siamo portati dietro "A cosa serve quello?" ci domanda indicando lo zaino
"Lo zaino ha dentro tutto quello che ci serve per aiutare chi ci chiama" gli diciamo sorridendo "Vuoi vedere cosa c'è dentro?"
Lui annuisce timidamente, e mentre Lucrezia prepara le cose e chiama il marito, noi mostriamo a Gigi l'attrezzatura spiegandogli per cosa usavamo quelle cose, rispondendo a tutte le sue domande.
"Hai visto Gigi? Oggi è proprio una giornata movimentata!" gli dice sorridendo Lucrezia
Noi ci guardiamo interrogativi e Gigi ci dice "Oggi è il mio compleanno! Mi hanno anche fatto il regalo!" ci dice mostrandoci 10 Euro
"Allora ormai sei un ometto! Tra qualche anno puoi venire a fare il corso per diventare soccorritore anche tu!" gli diciamo scherzando
"Lui vuole fare il pompiere, ma mi sa che l'avete quasi convinto, vero amore?" dice Lucrezia, e Gigi annuisce arrossendo "Posso fare sia il pompiere sia quello che fate voi magari! Voglio essere bravo come voi, siete forti!"
I complimenti dei bambini fanno sempre un certo effetto, e sorridendo come ebeti consapevoli, gli diciamo "Va che se continui così diventerai sicuramente più forte di noi!"
"Non lo so... Speriamo!" ci risponde sorridente.
La C.O. ci dà un codice giallo per l'ospedale più vicino; Luca nel mentre si era calmato, quindi andiamo tutti verso l'ambulanza di corsa per evitare una doccia fredda.
"Che bella! Ma accendiamo anche le luci e la sirena?" chiede Gigi che non sapeva più dove guardare una volta in ambulanza.
Lo facciamo sedere davanti con l'autista, che lo assicura con la cintura.
"Visto che oggi sei grande, ti va di accenderle tu le luci e la sirena?" gli chiede la collega
Gigi annuisce saltellando sul sedile "Domani lo racconto ai miei amici!! Nessuno ha mai acceso la sirena!" ci dice entusiasta, e con le istruzioni della collega, Gigi si improvvisa aiuto-autista.
"Grazie, davvero, non sapete quanto l'avete reso felice in una situazione così!" ci dice Lucrezia
Un po' commossi, un po' sollevati sorridiamo "Si figuri, è il minimo!"
Durante il viaggio Gigi riempie la collega di domande sull'ambulanza, sul nostro lavoro, sui pompieri... una volta arrivati e accompagnata la famiglia in PS, li lasciamo salutandoli.
"Grazie di tutto! E' stato un bel compleanno!" ci dice Gigi, e Lucrezia ci saluta con il piccolo Luca che ci guardava ancora con sospetto, giustamente.
"Che situazione..." riflettiamo sulla strada del rientro "A volte la gente più in difficoltà può essere il tuo vicino di casa e tu manco la sai magari!"
"Già... però hai visto il piccolino com'era entusiasta? Voglio dire, nonostante tutto quando gli hai fatto accendere le luci e le sirene sembrava che gli avessi regalato chissà cosa... mi era venuto un po' di magone!"
"E' vero, a volte alcune uscite ti spezzano il cuore...però guardate il lato positivo... il piccoletto sta bene e il più grande ci ha salutati con un mega sorriso... e forse forse ci siamo guadagnati un soccorritore in erba!"


domenica 23 giugno 2013

Sulla strada

E' circa l'una di una domenica notte quando la chiamata arriva, noi siamo in quattro; tre di noi ancora svegli a chiacchierare, mentre una nostra collega già dormiva da abbastanza tempo per svegliarsi e vestirsi imprecando in previsione della giornata di lavoro che l'avrebbe aspettata poche ore dopo.
Prendo il foglio ancora caldo di stampa "verde, evento violento per strada, CC in posto". Una dicitura del genere, avendo presente l'allocazione, non lascia spazio a molti dubbi.
Arriviamo in poco tempo sul target, che si trova a pochi km dalla nostra sede e vediamo accostata a lato della strada i Carabinieri, che stanno parlando con uno di una vedetta privata e una ragazzina lascivamente (s)vestita.
"Ciao, che è successo?" domando al Carabiniere che ci stava facendo segno di avvicinarci, che mi indica la ragazzina che si muove nervosamente sul ciglio della strada "Ciao ragazzi, la signorina è stata aggredita e il signore qui ci ha chiamati perché ha visto la scena; fateci sapere dove la portate, ok?" 
Annuisco, e assieme a due colleghi l'accompagno a bordo, la facciamo sdraiare sulla barella.
"Tranquilla, adesso sei con noi, non ti può succedere nulla qui, sei al sicuro..." le dico cercando di tranquillizzarla.
E' una bella ragazza, minuta e con lunghi capelli tinti di nero, il cui colore naturale a giudicare dalla lieve ricrescita si aggira attorno ad un bel rosso ramato.
Sembra davvero molto molto giovane e inizialmente ho il sospetto che non sia neanche maggiorenne.
"Come ti chiami?"
"Mariela" ci dice un po' scossa cercando di asciugarsi le lacrime con le mani
"Mariela, so che non è semplice, però ci aiuterebbe sapere cosa ti è successo... se te la senti" le dico sempre con calma mentre i miei colleghi le passano altra carta per asciugarsi le lacrime
"Mi hanno picchiata... un'altra ragazza... con suo protettore, sono scesi dalla macchina e mi hanno buttata per terra e presa a calci e colpita con ombrello sulla testa" ci dice titubante
"Hai dolore da qualche parte?"
"La testa, mi fa male la testa, e anche un po' la pancia e le ginocchia..." dice indicando i punti; ferite non ce ne sono, ma per precauzione le mettiamo il collarino, le sfiliamo le autoreggenti strappate per disinfettare le escoriazioni sulle gambe e la copriamo visto che addosso ha solo una specie di gonnellino e una magliettina.
"Se hai freddo o senti qualcosa che non va diccelo, ok?" le diciamo
"Tranquilla, sono abituata!" cerca di sdrammatizzare sorridendo, e noi ricambiamo il sorriso anche se in realtà siamo un pochino in imbarazzo per ovvie ragioni.
"Hai un documento Mariela?" le domando
Lei fruga nella borsetta "Mi hanno rubato i soldi, tutto... però ce l'ho la carta..." e mi porge un documento di identità albanese dove c'è scritto che ha 20 anni.
"Mariela, sei d'accordo a venire in ospedale per un controllo vero?"
"Eh si... va bene... però mi serve sapere dov'è, qualcuno deve venirmi a prendere..." ci dice armeggiando col cellulare
"Tranquilla, l'indirizzo è XXXXXXXXX; è qui vicino, se ti serve altro chiedici pure"
Avviso la Centrale della situazione e ci mandano verso l'ospedale più vicino; dopo aver avvisato i CC, partiamo.
Durante il viaggio cerchiamo di sdrammatizzare un po' parlando di unghie smaltate che si rompono, del clima ostile alla primavera, delle buche sulla strada e continuando a chiederle se stava bene, notando che pian piano iniziava a rilassarsi un pochino e a fidarsi di noi.
Non mi era ancora capitata una situazione del genere, e mi sono trovata un po' in difficoltà nel cercare di rassicurare qualcuno che ha visto il peggio della vita così presto.
Arriviamo in poco, e una volta salutata Mariela, la lasciamo nelle mani del personale del PS domandandoci che fine avrebbe fatto.


domenica 9 giugno 2013

Che poi... quello che sta in porta...

Il nostro turno inizia con un codice giallo, sospetto ictus.
Stanotte siamo in 4 e tanto per cambiare piove.
Dopo un paio di giri, troviamo la casa, infossata nel dislivello di una vietta nascosta; classica casa di paese, con cortiletto davanti un po' traballante causa pioggia e ovviamente scale di quelle belle lucide e scivolose.
Ci guardiamo, so che abbiamo tutti pensato la stessa cosa e ci scambiamo un sorriso d'intesa: (scale scivolose + pioggia) x rassegnazione all'evidenza = NoBuono.
Ci viene incontro Michele, sui cinquant'anni, che ci accompagna verso l'ingresso.
"Buona sera, che succede?" chiedo mentre cerco assieme agli altri di non centrare qualche pozzanghera
"Eh Vittorio... di solito non è così disorientato, adesso invece è da stamattina che è completamente fuori di testa!"
"Ovvero?"
"Venite" ci dice aprendoci la porta "è la sul divano" e ci indica Vittorio, 80 anni, seduto sul divano che se la ride guardando il telegiornale.
Nessun segno di ictus o simili.
"Permesso, buona sera Vittorio, come va?" gli chiedo cercando di distrarlo dalla tv
Lui mi guarda divertito "Oh mamma la Croce Rossa!"
"Papà è così da stamattina" incalza la figlia, Luisa, sui 45 anni "Può venire nell'altra stanza che le spiego? Sa è una questione delicata" mi dice sottovoce
Lascio Vittorio coi miei colleghi, mentre io vado in una stanza adiacente con Luisa che, malloppo di carte alla mano, inizia a raccontarmi che Vittorio ha un cancro alla prostata con metastasi diffuse, la terapia non è più efficace, ma lui comunque avendo un po' di demenza senile non se ne rende conto e loro non l'hanno informato della gravità della situazione.
"Non voglio che si butti giù, sa che sta male, ma non sa bene perché e quindi pensa che siano gli acciacchi dell'età, vede com'è sorridente e allegro? E' sempre stato ironico e divertente... quindi abbiamo preferito che la pensasse così. Tuttavia da stamattina fa cose strane... di solito è abbastanza lucido, parla ed è orientato... invece da oggi ha iniziato a dire che sente il terremoto, a straparlare, la casa che trema, le cose che vede in tv le percepisce come reali, come se uscissero dallo schermo...abbiamo chiamato il nostro medico e ci ha detto di accompagnarlo in PS, quindi ho chiamato voi"
Fatte le solite domande di routine, raccolgo i dati presi dai miei colleghi e li informo della situazione, poi chiamo la Centrale riferendo questa alterazione delle percezioni, assieme con dei parametri tutto sommato nella norma, e ci viene assegnata la destinazione.
Raccolti i documenti, torno anche io di là con la squadra da Vittorio "Vittorio mi ascolti, dobbiamo portarla giù da basso con una sedia, abbia pazienza, non è comodissima, ma faremo in fretta ok? Lei non si attacchi al corrimano!"
Lui mi guarda e ride "Cià allora andiamo sull'ambulanza, va che non è mica la prima volta, vi conosco ehehehe poi faccio il giretto fuori?"
"Ma papà, fuori fa freddo, andiamo solo in ospedale per un controllo!" gli dice la figlia sorridendo e  coprendolo, e noi lo carichiamo e portiamo giù.
Una volta messo in ambulanza, sulla strada verso l'ospedale, il mio collega chiede a Vittorio "Come sta Vittorio? Tutto bene?"
"Si si... ma dove stiamo andando?"
"In ospedale a XXX, a fare un controllo, conosce il posto no?"
"Ma quello nuovo?"
"Si!"
"Eh si per fare un giretto, poi magari viene fuori il sole eheheheh"
Noi ci guardiamo, e sorridendo annuiamo "Si facciamo giusto un giro veloce, per star tranquilli!"
"Va bene... è che quando ero giovane, le cose erano diverse sapete? Poi adesso ho anche un po' freddo..."
Comprendendo cosa intendevano i parenti quando ci parlavano del fatto che Vittorio fosse poco orientato, alziamo il riscaldamento... lui così si riscalda, noi invece stavamo letteralmente facendo una sauna.
"Ma quindi l'ospedale è a XX?" ci chiede di nuovo
"Si Vittorio, è là"
"Bravi ragazzi...Che poi... quello che sta in porta, se non prende la palla e l'altro non gliela passa... ehehehe" e ride
"Eh certo, se non gli passa la palla..." azzardiamo sorridendo senza capire e decidiamo di assecondare i discorsi non-sense di Vittorio, che continuava a ridersela come un matto ad ogni nostra risposta, proseguiti fino all'arrivo in PS, dove spieghiamo la situazione e veniamo raggiunti in breve dalla famiglia.
"Grazie e arrivederci!" ci dice Vittorio salutandoci, e noi ricambiamo il sorriso e il saluto.
Una volta fuori a sistemare il mezzo, ci guardiamo un po' dubbiosi "Secondo me ci stava prendendo per i fondelli....per quello se la rideva" dice la mia collega diverita
"Perché? Che gli avete detto?" ci chiede curiosa l'autista
"Eh abbiamo assecondato un po' i discorsi assurdi che faceva... secondo me avrà pensato che siamo dei coglioni ehehe"
"Ah si probabile!!!" ci dice lei ridendo "Dai almeno l'avete tenuto allegro, continuava ridere!"
"Si sul fatto che se la ridesse, non ci son dubbi... è che siamo passati un po' per dei giullari ecco!"
"Ma si dai ragazzi... una volta tanto che ridono, godiamocela anche noi!"
"Si dai hai ragione... che poi... se non gli passi la palla e quello che sta in porta non la prende....!!!"

domenica 2 giugno 2013

Questione di un secondo

Piove, è una di quelle notti gelide dove si sta bene sotto al piumone.
In effetti eravamo tutti già sprofondati in un sonno profondo cullati dal caldo dopo il solito spuntino pre-sonno a base di schifezze varie ed eventuali e una partita a Monopoli, quando la campana suona.
"Giallo, autostrada, incastrato in macchina".
"Non promette nulla di buono..." commento guardando il foglio dove non c'erano altre indicazioni
"In effetti no..." il mio autista mi guarda un po' perplessa, e ci avviamo velocemente al target, raggiunto in pochi minuti.
La scena che ci troviamo davanti è tutto meno che un codice giallo. Di nuovo.
Siamo all'entrata di una stazione di servizio dell'autostrada, luce scarsa e giallastra resa ancora più fioca dalla pioggia battente, all'ingresso della corsia che porta dentro l'area è parcheggiato un grosso camion con targa straniera e sotto al retro del camion, infilata fino a metà del parabrezza, una macchina.
Ci sono cinque o sei persone che ci vengono incontro.
"Siete arrivati! Meno male! Respira, sembra che si muova, ma perde sangue... non ci risponde! L'autista è straniero, non parla italiano" mi dice uno di questi personaggi mentre noi armati di torcia ci infiliamo i caschetti.
Li sorpasso dirigendomi verso l'auto per capire cosa fare.
In macchina c'è solo un adulto al volante, riverso sul lato del passeggero, sembrava muoversi.
"Signore, signore mi sente? Siamo dell'ambulanza!" lo chiamo a tono sostenuto mentre mi avvicino all'auto con la squadra, ma quando siamo più vicini al finestrino comprendiamo che quella parvenza di movimento non era un segno vitale.
Puntiamo la torcia dentro la macchina e la situazione appare chiara.
"Respira vero? Lo tirate fuori?" incalza di nuovo uno degli astanti
"Ma lei ha assistito alla scena?" domando
"No no, noi eravamo qui e abbiamo solo sentito il botto..." mi dice "Ma l'autista è straniero, non sa dirci nulla!" e mi indica un uomo sulla cinquantina, che sta sotto l'acqua battente con un'espressione interrogativa.
Mi avvicino, e dopo qualche giro di parole, mi dice che parla tedesco, così in tedesco gli chiedo che è successo.
Lui mi dice di non essersi accorto di nulla perché dormiva dentro al camion al momento dello schianto, s'è svegliato quando ha sentito le urla delle persone fuori.
In quel momento arriva una seconda ambulanza. Ci vengono incontro dei colleghi di un paese limitrofo, ai quali spiego e illustro la situazione, il secondo mezzo non serve.
Chiamo la Centrale, spiegando che il paziente non era in gasping né c'erano segni di movimento, ma presentava lesioni incompatibili con la vita: il cranio era completamente sfondato e ne era uscito quasi tutto il contenuto.
"Stanno arrivando i Vigili del Fuoco e l'Automedica, facciamo rientrare l'altro mezzo, ma voi restate" mi dice l'operatore
Nel frattempo sul posto arrivano anche i Carabinieri, che iniziano a fare i rilievi, e circa venti minuti dopo anche i Vigili del Fuoco.
La manovra per estrarre l'auto dal camion non è semplice e ci vuole parecchio tempo per riuscire a liberarla.
Nel mentre spiego la situazione all'equipe del MSA arrivata in posto poco prima dell'inizio dell'estrazione, e tutti restiamo in silenzio ad osservare la scena.
Non appena la macchina è libera e messa in sicurezza, medico e infermiere si avvicinano insieme a noi per valutare la scena, ormai chiara.
Cercando dei documenti che potessero dirci qualcosa di quel ragazzo, che ad occhio aveva circa 30 anni, ci cade l'occhio su dei giocattoli per bambini e un brivido gelido ci attraversa.
C'era un bambino...?
Ci guardiamo agghiacciati e iniziamo a cercare tra le siepi e sotto il camion insieme con Vigili del Fuoco, Carabinieri, medico e infermiere per accertarci che l'uomo fosse solo, che non ci fosse qualcun'altro.
Dopo svariati minuti, non trovando nessun altro, ci sentiamo sollevati... 
"Ragazzi rientrate" ci dice il medico "Se troviamo i dati, ve li faremo avere"
Sentiamo la Centrale che ci conferma il rientro.
Ce ne andiamo zuppi fradici e abbastanza infreddoliti "Avete visto però? Ci si è infilato sotto diretto... nemmeno un segno di frenata" mi fa notare un collega
"Veramente... magari ha avuto un colpo di sonno o un malore..."
"Basta veramente una frazione di secondo... ti si chiudono gli occhi e guarda cosa succede, e noi possiamo anche correre, ma alla fine..."




Non ho potuto fare a meno di ripensare ad Edoardo,
 quella notte... e alla fine, dopo tanto tempo, 
sono andata a trovarlo al cimitero.


domenica 28 aprile 2013

Evento violento

Sono circa le 22 quando arriva la chiamata, sul foglio della missione c'è scritto "Codice Giallo, evento violento" e basta.
Questa notte siamo in quattro, un po' poco convinti della situazione ci avviamo sul target.
"Ragazzi occhio se vedete qualcosa di strano prima di scendere..." dico alla mia squadra mentre andiamo.
Arriviamo in posto in pochi minuti, ci troviamo davanti una normalissima palazzina di provincia avvolta nel buio di una altrettanto normale e silenziosa notte invernale.
Scendiamo e andiamo verso il citofono, cerchiamo il cognome indicato sul foglio e suoniamo diverse volte finché una vocina flebile ci risponde "Chi... è?"
"L'ambulanza" le dico con calma
"Ok... vi apro... secondo piano" ci dice e riattacca
Noi saliamo fino al piano indicato dove una ragazzina, occhio e croce di 16 anni di origini slave, ci aspetta vistosamente nervosa.
"Ciao, siamo dell'ambulanza, cos'è successo?" le domando guardandomi in giro
"E' per mia madre, i Carabinieri sono già andati via, entrate vi prego, controllate se sta bene!" ci dice
Entriamo e vediamo una giovane donna, non più di 35 anni, piangente in posizione fetale sul divano.
"Permesso signora, siamo dell'ambulanza... come si chiama?" le domando avvicinandomi con cautela
"Mamma è l'ambulanza, lasciati aiutare e racconta anche a loro cosa ti ha fatto!" la incita la figlia con tono esasperato
"Maria, mi chiamo Maria" ci dice singhiozzando
"Maria stia tranquilla, siamo qui per aiutarla e assicurarsi che lei stia bene... se la sente di raccontarci cos'è successo?" le domando sedendomi per terra di fianco al divano
Maria si mette seduta con fatica, e stando sempre rannicchiata sotto lo sguardo vigile della figlia inizia a parlarci "Il mio compagno... lui ha un cagnolino... maltratta il cagnolino, lo lascia sempre chiuso in macchina e non gli dà da mangiare né da bere...io... io stasera gli ho detto che è disumano, che quel povero cucciolo non ha colpa se lui è una brutta persona...e lui... lui..." la voce spezzata dai singhiozzi le impedisce di parlare
"Mamma diglielo! Avanti! Hai sentito i Carabinieri, no? Devi dire la verità!" le dice la figlia
"Maria si prenda il tempo che le serve..." le diciamo cercando di tranquillizzarla "Adesso ci siamo noi con lei, non si preoccupi..."
"Lui mi ha picchiata..." dice d'un fiato "Quando gli ho detto così mi ha insultata, ha detto che il cane è solo un animale e mi ha buttata per terra, mi ha sbattuto la testa contro il marciapiede...mi ha dato calci e pugni in pancia e poi è scappato con il cane e i suoi tre figli che ha in affidamento...lui è venuto qui dal Marocco per cercare lavoro e mantenere i  bambini... non mi aveva mai picchiata..." e le lacrime le rigano il viso
"Maria permetterebbe ai miei colleghi di controllare se va tutto bene? Ha dolore da qualche parte?" le chiedo
Lei mi fa cenno di si con la testa e lascia che la mia squadra si occupi di lei, mentre io parlo con la figlia in un'altra stanza per capire qualcosa in più.
"Abbiamo chiamato i Carabinieri, sono venuti, hanno fatto delle domande e ci hanno detto di chiamare l'ambulanza e andare in ospedale perché ormai quel pazzo è scappato..." mi dice desolata la ragazzina "Io ho chiamato il mio fidanzato per farmi portare su in ospedale e riportare a casa la mamma...sta arrivando!"
"Ti ringrazio"
"Statele vicino..." mi dice sottovoce
"Stai tranquilla, ci prenderemo cura di lei al meglio" le dico cercando di rassicurarla
"Grazie, davvero..." mi dice ed esce a telefonare di nuovo probabilmente al ragazzo che la stava raggiungendo
Chiamo la Centrale, spiego la situazione e prepariamo Maria per il ricovero; dice di avere mal di testa, ha uno zigomo tumefatto e dei dolori addominali, ma tutto quel dolore che sente non aveva niente a che fare con lo zigomo o l'addome, è qualcosa che ti dilania dentro e noi l'avevamo capito.
Durante il viaggio si tranquillizza un po', ci racconta del rapporto travagliato con questo compagno con cui stava da qualche anno, del fatto che non aveva mai alzato le mani, soltanto la voce, e dell'atroce dolore che si prova quando la persona di cui ti fidi e che ami ti fa del male in questo modo.
Fa un po' male anche a noi questo discorso in effetti.
In poco arriviamo in PS dove spiego l'accaduto e l'infermiere di Triage prende in carico Maria.
"Grazie..." ci dice accennando un sorriso "Davvero..."
Noi le sorridiamo "Buona fortuna Maria..." le rispondiamo e usciamo dal PS con l'amaro in bocca.